Page 51 - Bollettino di Numismatica on line Studi e Ricerche n. 3-2017
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I. Epistolario famigliare, 1833-1855










             LETTERA 11
             Mostra 1955, p. 91, vetrina G - n. 13

             Alla Sig.ra Barbara Pistrucci
             via Felice 22
             Roma
                                                                                        Londra 22 di Agosto 1840

             Cara Barbara, Caro Camillo, Caro Federico, Cara Elisa e cara Nina che glielo farete sapere.
             Io non posso scrivere molto perché sto male cogli occhi assai non ve lo direi se non me ne obbligasse colla lettera
             ultima che mi avete scritta. È stata una lettera che mi ha fatto piangere, mi ha fatto gridare, mi ha fatto invelenire
             insomma perfino che non mi sono sentito in calma per scrivervi non mi ci sono risoluto e sappiate per regola
             vostra che questa è la terza che ho scritta ed ognuna è sempre migliorata perché la passione che mi fece la vostra
             si andata calmando facendomi una raggione ed è che siccome previggo che poco più debbo stare al mondo
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             così amo di morire in perfetta pace si con te Barbara che co’ miei figli . Non mi nominate neppure i miei occhi
             nella lettera non mi parlaste altro che delle pene che vi ha recato l’aver io sospeso l’assegnamento per un mese,
             capisco che è stato un gran disappunto il vostro ma non riflettete che per indurmi a fare quel passo io doveva
             essere con questi due figli in caso ben peggiore perché tutto quello che dovreste dire e aver detto a chi dovevate
             pagare, vostra non era, la cattiva figura era tutta mia, a me venivano i rimproveri a me venivano quei di Roma e
             quei di qui che non sono piccoli e non so quando finiranno. Io vi amo e lo sapete tutti, un pugno in celo non lo
             posso dare, faccio più di quello che può fare un corpo sano, mi ammazzo di fatiche che mi portano alla tomba
             ben presto per voi tutti perché non potendo lavorare in verun modo lavori piccoli, così gli ho intrapreso a fare
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             una figurella di marmo poco meno del vero  per non stare in ozio senza far niente. Ebbi la disgrazia che dopo
             abbozzata in marmo con lavorarci più di tre settimane dalle sei della mattina fino alle nove e mezza della sera
             sortirono tanti peli e tanti altri difetti che mi convenne abbandonarla e comprare un altro pezzo di marmo sempre
             per l’oggetto di non stare in ozio anche a rischio di cecarmi affatto come Dio non voglia deve essere la mia fine.
             Tutti i rimproveri che mi fai tu Barbara ci sono avvezzo ed è carattere tuo che quando hai una passione bisogna
             che ti sfoghi con qualcuno così io sono stato sempre l’oggetto o ammalato o bene, o ricco o povero tutte le tue
             cose le hai sempre rivolte a me. Quello che mi ha meravigliato assai è stato Federico, il tono della tua lettera è
             irronico e insolente ma lo compatisco ancor lui so che non avrà pensato in quel momento se non che a quello
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             che gli interessava di più cioè che avendo finiti i studii lunghissimi fatti  ed essendo stato sempre colla speranza
             che finiti che fossero io gli avessi procurato un impiego li o io lo avessi fatto venire qui subbito come le promisi,
             si è trovato che due de giovani piu inferiori di lui sono stati impiegati, si è trovato che il padre nel momento che
             gl’abbisognava facesse la spesa di farlo venire qui e produrlo, scrisse tante disgrazie e più non vennero neppure
             i denari puntualmente per pagar le mancie o altre spesarelle e le parve d’essere l’uomo il più infelice della terra,
             e quasi disperato non riflette che tutto quello che soffriva lui lo sofrivo io doppiamente perché di lui ognuno
             sa che denari del suo non ne poteva avere, del padre poi era al contrario, così tutto poi infine cadeva su di me.
             Spero che queste mancie saranno state pagate e che non mi scriverà più beato chi non v’è figlio, gli perdono del
             fallo e fallo notabbile in un figlio che lui è vero non mi ha dato mai disgusti, ma neppure io che l’ho mantenuto
             per imparare un’arte lunghissima e difficile scelta di suo genio senza ne lagnarmi di lui, neppure farmi passare
             dalla mente che era tempo che lui ajutasse me, e no io lui questo gli dico e lo tenga ben notato a caratteri d’oro
             se vole, qui se vivo lo farò venire subbito che Dio mi dia quella provvidenza che mi ha data pel corso di mia vita,
             subbito mi ritorni quella salute robbusta che mi dette per tanti anni per mantenere i figli miei a studiare, senza
             farli guadagnare presto come disgraziatamente dall’età di quindici anni fui costretto io abbandonando tutte le mie
             facoltà a cercare di dare ajuto a me al Padre a tutti ; dunque non si disperi e pensi che un Padre che ama davvero
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