Page 76 - Bollettino di Numismatica on line Studi e Ricerche n. 3-2017
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Carte autografe e altri documenti
LETTERA 28
5 da Londra
a
Al Signor Camillo Pistrucci
Per ricapito
Caffé in Piazza di Pietra
Roma
Li 12 dell’anno 1841 D.G.
Caro Fratello,
Notizie intorno lo scisma
Credo che doppo che ti abbiamo detto tante cose, riguardo questa, non ti abbiamo detto niente in confronto di
quello che ci è da dire. Per prima cosa devi sapere che per quella lettera che dirigesti in Zecca a Federico e per
quella di Mammà ci furono cose serie, in specie per quella del primo ci fu una lite tale nello studio con le sorelle
che a Elena gli convenne andarsene a letto per il male che aveva.sempre come il solito che primo ti cava gli oc-
chi e poi te li rimette, fece con lei, che la volle assistere promettendole che mai più avrebbe detto che non vuol
pagare le lettere che non sono dirette a lui; se ne venissero mille, e che mai più avrebbe fatto quello che fece a
Mammà cioè di levarliela dalle mani e legerla lui; in somma tante belle cose che rifecero pace ma poco è durata
poiché da quel giorno che venne l’altra lettera di Federico, che aveva diretta a quel prete, non siamo stati più in
pace nè giorno nè notte.
Per me me ne buggeravo, lo lasciavo strillare quando sentivo che questionava con le femmine, riguardo questa che
non aveva potuto leggere e che la voleva e del prete che vol far chiamare per sentire un poco come sapeva di do-
verla diriggere a Mammà in Zecca; siccome fra me e lui non c’era stata che una sola lite in tanto tempo da quando
sono ritornato in casa, perché non mi voleva far stare a casa la sera a lavorare le conchiglie e voleva che andassi allo
studio a far le scatolette per incassarci i suoi modelletti per farli comparire di più, dicendo, che quando li avrebbe
venduti, avrebbe fatto, e detto assai doppo: cosi eravamo restati in urto fra noi, ma con tutto cio la sera lo baciavo
prima di andare a letto, benché sapessi che il giorno diceva peste di me, che ero un ingrato, che ero un infame
figlio, che non avevo più quell’anima che avevo prima, e tante di queste, che siccome non me le diceva in viso, ma
le metteva dietro le spalle. Quando cominciai a sentire che strapazzava loro per causa nostra, non volli fargli vedere
che non me ne davo per inteso. Quando andavo a casa me ne andavo in cammera mia, venivo giu a pranzare e poi
su di nuovo: insomma facevo quello che mi pareva e andavo via quandi volevo; per la qual cosa cominciò a dire
con loro, che aveva, in specie io, una aria romanesca del me ne buggero per non dir del me ne [...] e che assoluta-
mente non poteva andare avanti così la cosa, senza fenir in tragedia. Ma intanto seguitava a strapazzare loro vie più
avendo rismucinato col gappo l’affare della sua puttana; che il primo dell’anno fece cadere in terra Mammà con le
convulzioni, che fu obbligato lui per umanità a prestargli aiuto, a quella che la volevano mettere almeno sopra un
materasso, giacché non la potevano mettere sul letto. La sera risapesimo tutto, e dicessimo con Federico di dover
prendere qualche risoluzione vedendo in aria gran cose e quella sera non andassimo come al solito a salutarlo. La
mattina appresso fece alzare mammà per mandarci a dire che ce ne fossimo andati via dalla sua casa perché non
voleva tanti padroni: ma poi non volle che ci venisse e la sera risapendolo, non volessimo andare giu ed andassimo
di non andare più a bagiarlo. Ma che quando fu la domenica mattina standonsi su in cammera vennero le sorelle
a trovarci e ad Elena fu fatta leggere la tua lettera, conchiudendo di seguitarci ad amare, e nel medesimo tempo di
agire per la causa comune della ecc ecc. Per questa visita che ci fecero lui divenne matto e voleva immediatamente
andarsene per non tornar più, poi cominciò a litigare con Elena la quale se ne andò giù nel Parlor per sonare il
piano; lui gli andò appresso dicendole che non voleva che sonasse, ed io in questo mentre entrai nella cammera.
Eccoci alla stretta. Vedendo che Elena stava a polire la tastiera gli sogerri di levare quel pezzo di legno di fronte so-
pra i tasti per polirla meglio; anzi procurai io stesso di levarlo, quando venne lui li al piano a dirmi cosa facevo, ma
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