Page 57 - Bollettino di Numismatica on line Studi e Ricerche n. 3-2017
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I. Epistolario famigliare, 1833-1855
stato possibile, ed anche a me, quel certo ribrezo che fa il mare, nel vedercisi abbandonato col vedere li altri,
forse già accostumatosi, allegri e contenti. Per un certo tratto ci andò benissimo e nessuno di noi si era smarrito;
Elisetta cominciò per la prima a impallidire ma senza però mostrar paura e ad avere delle forze di stomaco;
Mammà ben tosto la seguì cosicché quasi in braccio le condussi subito sotto e le accomodai in letto alla meglio,
mentre la prima specialmente vomitava a tutta passata. Alla donna cui le avevo già raccomandate le raccomandai
di nuovo e così le lasciai perché anch’io fui costretto di scapparmene a letto. Mi ero fatto dare il letto che nella mia
camera rimaneva incontro alla porta, e da cui poteva scoprire benissimo i loro. Oh che trovai nella mia camera!
Un prete specialmente pareva che volesse far fuori corpo, anima e qualch’altra cosa pure così era straziato dal
vomito. Rifatto, che avemmo fuori il pranzo cessò a tutti e tre il vomito e tanto si stava purché non si fosse
mosso neppure un dito, altrimenti si tornava da capo. Tutto quel giorno e la notte rimanemmo in questo modo,
seguitando il mare ad agitarsi molto, finché giunti a Livorno ci potemmo rialzare un poco e prendere qualche
cibo. Allora ricondussi ambedue sopra ma ben presto ci convenne riprendere la prima maniera. Si rimase così
fino a sera quando io sentendomi tornate un poco di forze voli ritornar sopra e vedendo la nottata la più bella
del mondo, e che si andava via perciò a tutta passata, venni a chiamar loro ed Elisetta vispa quanto mai fu la
prima a saltar giù e riaccconciarsi alla meglio. O che godere che era lo scorrere così placidamente, e sono sicuro
che se non era la puzza del carbone e quelli maledetti colpi che da la macchina, che arrivano allo stomaco, vi
saremmo potuti rimanere tutta la notte. La mattina appresso fu cattivissima, ed un vento tirava che ti portava
via: io solo volli incocciare un poco a star sopra, e tanto ressi col fumare un poco e buttarmi colco, ma alla fine
mi fu forza a cedere di bel nuovo. Altra nostra buona ventura ci fu che quel vento così gagliardo ci veniva da
poppa, cosicché anziché ritardare il nostro cammino ce lo agevolò andando noi via a tutte vele spiegate. Dopo
il mezzo giorno tornò la calma ed io me la passai sempre su fumando e discorrendo con un mio amico finché
si fu giunti a Marsiglia. Questo fu il solo giorno dei tre in cui alla meglio si poté un poco pranzare a tavola tutti
uniti. Idue cammerieri oltre la donna che assisteva loro particolarmente, assistettero tutti e tre con molta premura
onde mi fu d’uopo sacrificare qualche cosa dando loro due franchi a testa; meno di tanto non dette la maggior
parte voglio dire qualche uomo solo, che poi forse non era stato tanto malato, lascio loro due o tre franchi. Come
anche fummo costretti a prendere ogni giorno il caffè; non potevamo mangiare e sembrava che quello almeno pel
momento ci ridasse la vita; ce li misero poi in lista veramente mezzo franco per uno. Notizie posteriori dettagliate
te le darò in altra mia.
Da Livorno ti scrissi affidando la lettera ad un altro mio amico. Spero che ti sarai ricordato di Prosperi. Salutaci
tanto Peppe e dagli le nostre notizie, e ringrazia ancor lui per le finezze che ricevemmo a C.V. In un modo o
nell’altro salutaci tanto la povera Balia ed assicural che nè nostri discor di te c’è sempre frammista anch’essa. A
Nina le scrive Mammà da Marsiglia.
Chiunque vedi dè miei conoscenti fammi il piacere di salutarlo da mia parte.
Se hai qualche momento spiccio ricordati anche dè parenti più stretti. Saluta distintamente per parte nostra tutta
la casa Minetti. Non mi ricordo di alcun altro particolarmente ma in un caso supplisci tu.
Addio Camillo mio, tutti noi ti abbracciamo e ti diamo un bacio di cuore
Tuo aff.mo Fratello
Federico
Di salute stiamo tutti benissimo. Io non ho avuto più niente affatto: non ho preso più un boccone da C.V.: il mare
mi ha ritardato a poter riprendere le mie forze ma già in questi due giorni ho guadambiato assai, e quasi posso dire
di stare come prima. O che rimedio che mi era per mare il rendermi assorto dal pensiere dell’avvenire. Per me e per
loro non temere nulla. Siamo pieni di coraggio ed andremo prevenuti di un esito il più bello. Il Console Romano a
Marsiglia mi consegnò un pacchetto dicendomi ch’erano dispacci della Segreteria di Stato pel Nunzio a Parigi Mons.r
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Garibaldi . La Polizia prima di vidimarmi il passaporto, anzi di darmene un altro, mi ci mandò essendo questa la
regola e così se ne andarono 5 franchi che non ce li sapeva.
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