Page 308 - Bollettino di Numismatica Studi e Ricerche n. 4/2024
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Giuseppina Pisani Sartorio
Dittico dell’Apoteosi: descrizione
Valva di un dittico , il cui spazio decorato è definito da un bordo a perle
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ovali e astragali, che in alcuni punti è interrotto dalla raffigurazione che esce
dal campo, come il braccio sinistro dell’Imperatore o le cinque figure che si
affacciano nella parte alta e la testa radiata del Sole in alto a destra. La parte
interna della valva risulta raschiata e forse in origine conteneva una lista di nomi
in onciale, ma le vicende subite dal dittico nel tempo ne hanno cancellato le
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tracce . Sul margine destro – a metà altezza – il segno del fermaglio di chiusura
e, su quello di sinistra, tracce delle tre cerniere che lo univano all’altra valva,
ora perduta.
wieGand 1937, pp. 121-138: accetta la lettura Symmachorum del monogramma e lo data al 382-394.
Cumont 1942/2015: l’A, dopo avere enumerato le principali ipotesi, conclude che la data è in ogni caso tarda
(fine IV - inizi V secolo) e l’identificazione del personaggio “irrilevante”.
weSSel 1950: apoteosi di Giuliano l’Apostata (331-363), ultimo imperatore ad avere attribuita l’apoteosi, a cento
anni dalla morte.
St. Clair 1964, pp. 205-211: data il dittico al V secolo e lo attribuisce a Giuliano l’Apostata.
CraCCo ruGGini 1977, pp. 425-489: esclude l’identificazione con un imperatore (mancando il diadema e la toga
contabulata) e attribuisce il dittico a un membro della famiglia imperiale: il magister militum Fl. Theodosius,
padre dell’imperatore Teodosio I il Grande, con relativa datazione alla fine del IV secolo.
zwirn 1979: pp. 70-71, riferisce le varie ipotesi fino allora formulate.
Cameron 1982, pp. 126-129; idem 1986, pp. 47-52: il personaggio divinizzato è un membro della famiglia dei
Simmaci e attribuisce la valva mancante ai Nicomaci.
CraCCo ruGGini 1986, pp. 65-70: dittico imperiale e non privato. È un divus della famiglia imperiale, ma si
tratta della continuità formale di un rito pagano; conferma la sua interpretazione e la datazione alla fine del
IV secolo.
enGelmann 1998, pp. 109-130 (in particolare, pp. 120-122, tav. 12a): Marco Aurelio o Giuliano l’Apostata (v.
St. Clair 1964).
arCe 2000a, pp. 244-248 fig. 2 e idem 2000b, pp. 551-552 fig. 207: pompa circensis e non funus. La sequenza
è: pira, ascensione, pompa circense; accetta la lettura Symmachorum del monogramma; il personaggio rap-
presentato è Marco Aurelio.
CraCCo ruGGini 2011, pp. 103-113, fig. 9: riconosce elementi contraddittori nell’iconografia e conferma la sua
attribuzione al padre di Teodosio I; a p. 105 nota 69, bibliografia sul monogramma.
olovSdotter 2005, p. 112 nota 576 e tav. 21a e pp. 170-172, note 1158 e 1159: si tratta di un dittico eseguito a
Roma agli inizi del V secolo; concorda con la lettura Symmachorum; sarebbe una imitatio imperatoria da parte
di privati.
Cutler 2007, pp. 131-167 (in particolare, pp. 138 e 157, fig. 10): valva della Consecratio. Difficoltà a identificare
i soggetti.
aBBatePaolo 2012: pp. 124-125 n. 8: catalogo delle facce interne dei dittici d’avorio tardo antichi. Monogram-
ma: Symmachorum; funus pagano, identificazione molto dibattuta: Costanzo Cloro, Costantino, Giuliano,
Antonino Pio, privato cittadino (Teodosio padre) o il praefectus urbi Symmachus.
aBBondanza 2014, p. 354 n. 34: dittico probabilmente da Roma; 402 d.C., morte di Q. Aurelio Simmaco,
praefectus urbi nel 384; concorda con la lettura Symmachorum del monogramma; due aquile, doppia apoteosi;
contenuto imperiale; fine del IV secolo.
8 Valva di un dittico d’avorio. London, The Trustees of British Museum: ID 00138910001. Misure: alt., mm 301;
largh., mm 113; spessore, mm 8; diametro del monogramma: mm 20 ca. Tracce di cerniere tra le due valve,
del fermaglio e di lettere sul lato interno. Forse impiegato nel Medioevo per uso liturgico e poi inserito in una
rilegatura. Acquistato agli inizi del XVIII secolo (già noto dal 1716) dall’antiquario fiorentino F. Pittoreggio, che
lo cedette al conte Guido della Gherardesca. Dalla Collezione Gherardesca passato, forse agli inizi dell’Otto-
cento, in Ungheria nella collezione di avori di Gabriel (Gabor) Féjerváry (1780-1851), poi dall’Ungheria all’In-
ghilterra nel 1856 nella collezione di Joseph Mayer (1803-1886), un antiquario inglese. Entrato per acquisto
nelle collezioni del British Museum nel 1857. Cfr. CraCCo ruGGini 2010, p. 79 sul collezionista Gabor Féjerváry.
9 aBBatePaolo 2012, pp. 124-125 n. 8.
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