Page 177 - Bollettino di Numismatica on line Studi e Ricerche n. 3-2017
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II. Lettere di Benedetto Pistrucci, 1816-1855
Camillo mi risponde una lettera nella quale mi dice che egli non si vuol disgustare con un fratello che ama
e separarsi da lui a caggione che sposa la figlia di un mio nemmico. È possibile!!! Non sono io il padre suo?
Non l’ho io mantenuto di tutto punto fino all’età di 29 anni ad onta che egli guadagnava forse più di me e
dal quale non ho avuto mai il più minimo aiuto. Vi si aggiunge anche un’altra disgrazia ma si può chiamare
accessoria che è morto l’antico mio servo fedele, che entrò in mia casa quando io avevo dodici anni, e non
mi ha fatto poco dispiacere il sentire che se ne è andato, ed è morto fra le braccia de miei figli perchè stava
in casa al servizio di Cammillo. Sembra che niuna cosa voglia andare bene e che tutto congiuri a danni miei,
temo che la mia speculazione dell’onice ove volevo fare il ritratto di tutta la figura della Regina voglia andare
male ancor questa perchè sono passate tre settimane quasi e sebbene che ho veduto il Dottore più volte, non
me ne parla più, sebbene che si capisca che non ha coraggio di palesarmi quello che gli sia stato risposto e
così non mi rende neppure la pietra forse temendo che mi possa pregiudicare alla salute perchè lo stato mio
è divenuto tale che ogni cosa che mi reca dispiacere mi urta i nervi in modo tale che giorni fa credevo che
mi fosse venuta la malattia del diabete ma il Dottore si assicurò che ciò non era.
Il soggetto che ella mi propone per una medaglia sarebbe bellissimo, ma il genio, se così posso ancora chiamare,
è sopito da tante disgrazie, dal dover ancora vivere in mezzo d’una compagnia, ad onta che la medaglia sia più che
finita che è tredici mesi. Qui non ho una cammera grande per tenere li modelli e modelle, qui non conoscono tali
cose, qui mi attribuirebbero delito se facessi spogliare un uomo o una donna per farne dei nudii, qui non conoscono
queste cose, sto in mezzo villani campagnoli e agricoltori. La cosa è stata bona per finire la medaglia di Waterloo
(fig. 58). La situazione mi ha fatto migliorare per qualche anno di quella tosse ostinata, ma ora che la tosse si
puo dire andata, si sono scatenati tutti questi malanni; non avevo si può dire mai sentito cosa era dolore di
reumatismo ma ora lo sento e lo sento in modo tale che appena posso muovermi la matina quando mi levo
da letto, ma mettendomi un poco in esercizio ciò si quieta.
Sto facendo un cameo con quel cornucopio dell’abbondanza che se ella si ricorda ne feci un modellino in
cera sei o sette anni fa (fig. 54) così mi passo qualche ora sperando che mi faccia buon augurio il soggetto,
e cosa forse che gli intendenti ne saranno più sorpresi di quello che sia, se vedessero la mia gran medaglia
che non la capiscono ma un corno pieno di frutti, spighe di grano e tenuto da una mano forse soprenderà
di più che il vedere settanta figure incise in acciaro.
Ella mi fa sperare che Panizzi possa ajutarmi a persuadere il Cancelliere dell’Excequer ed a fargli intendere
la ragione. Dio lo faccia ma temo che il cognome Wood, ossia legno in italiano sia di quel legno che non si
piega che non sente perchè non ha udito, che non vede perchè non ha occhi. Quell’altro che si chiama Dudo
ha mangiato troppe patate in sua vita e rapporto cosa è vera patata che si può cocere con tutti i condimenti
possibili, ma sempre è patata e non muta mai.
Ma possibile? Non v’è stato mai esempio nel mondo da paragonare a un’assurdità simile che si pretende da
me? Ma come. L’invenzione della gutta Percha, e dell’operazione dell’Eletro tipo è venuta alla luce almeno
venti anni dopo che segnai il contratto per quella Medaglia, e quella Patata ha la sfrontatezza di raccomandare
alla Tesoreria che non mi paghino il mio lavoro se non termino il contratto col produrre impressioni in oro
e in argento ed in rame col Calvanismo. Ma v’è assurdità ignoranza, perfidia più grande di questa di voler
costringere un uomo che ha rovinato se stesso e la famiglia per adempiere a un contratto che in giustizia
fu rotto quando mi levarono il mio primo impiego a fare una cosa che ributta ogni senso comune, e che il
solo pensiere mi toglie quel poco di vita che mi sarebbe forse restata senza che avessi avuto altri disgusti.
So che non dovrei ritornare al passato perchè non v’è piu’ rimedio, pensando però a modo di questi signori,
perchè v’è sempre rimedio per rendere giustizia a chi la merita, ma io deliro, io non posso domandare che
mille perdoni a lei che ha la bontà ancora di udire la mia voce e di leggere i miei scritti. Non ho alcuno nel
mondo col quale posso sfogare le mie passioni. Non per niente io misi il mio nome sotto il filo che taglia
la Parca. Io prevedevo che finita la Medaglia sarebbe accaduto quello che è stato. Ma il più è fatto ora, è
il meno che manca da fare, questo mi consola, sarà quel che sarà io ho fatto più del dover mio, i bricconi
avranno questo trionfo sopra di me per brevi giorni e spero che un giorno diverranno i loro nomi il vituperio
del mondo, e così si renderanno immortali; le mie figlie prendon cura di guardare di tanto in tanto le matrici
della gran medaglia che non si arruginiscono, io posso giurare che sono più di sei mesi che non le ho vedute
perchè non ho la forza di guardarle perchè sono quelle che mi hanno logorata la mia robusta salute prima
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