Page 79 - Bollettino di Numismatica Studi e Ricerche n. 4/2024
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I Celti nell’Italia Cisalpina. Aree monetarie







            preappenniniche, evidentemente indipendenti dalle realtà politiche della pianura,
            nelle quali la moneta greca era presente. Analogamente la fascia adriatica venetica
            sembrerebbe aperta a forme di circolazione mista, forse anche per esigenze com-
            merciali, come anche i territori boici di confine con il mondo etrusco e romano .
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                 Il percorso che condusse ai Tipi 5-8, forse senza soluzione di continuità nella
            produzione, probabilmente fu accompagnato - o anche attivato - da profonde mo-
            difiche ideologiche e politiche, rivelate sulla moneta dalla scomparsa della leggenda
            onomastica e dall’interpretazione del leone del rovescio come icona simbolica della
            comunità. Forse possiamo inserire tali sviluppi nella cd. “rivoluzione lateniana”, che
            non fu solo evoluzione stilistica e tipologica di prodotti materiali.
                 In questa prima fase sembrano operanti e riconoscibili almeno tre centri di
            emissione, forse anche più numerosi, presumibilmente dipendenti da realtà ammi-
            nistrative a carattere territoriale, con un proprio mercato, al quale era destinata la
            moneta e con forme di penetrazione nei mercati dei gruppi umani adiacenti, specie
            se senza zecca propria. La moneta emessa sembra muoversi in un “mercato comune
            padano della moneta celtica”, che sembrerebbe difeso dalla penetrazione di moneta
            allogena, almeno in base ai dati finora raccolti.
                 Il rovescio, con il leone di origine massaliota, sembra proporsi come adatto a
            ospitare tale icona autoreferenziale, che assunse caratteri specifici per i vari gruppi,
            con forte stabilità nel tempo e con una propria linea evolutiva. Maggiore libertà
            sembra aver avuto l’elaborazione stilistica delle teste di dritto, riferite a una presen-
            za sacrale astratta, a carattere più generale rispetto alla belva totemica del rovescio.
            Così nelle teste si ha una più facile adozione di varianti stilistiche e iconografiche,
            specie nelle capigliature, con una più sciolta adesione alle scelte immaginifiche e
            decorative dell’arte lateniana.
                 Nel contempo il possibile riferimento nel dritto alla divinità totemica di un’altra
            comunità, quella greca di Marsiglia, ne giustificava la cancellazione, come nei Tipi
            6 e 8. Il rovescio con il leone veniva invece sempre rispettato.
                 Le emissioni, gestite da autorità amministrativamente indipendenti, ma con forme
            di interconnessione nel mercato padano (dimostrate se non altro dalla teorica iden-
            tità dei tipi dei diversi gruppi), furono certamente di lunga durata e, considerando
            l’attuale difficoltà a reperire sequenze nei conii, con consistenti volumi di prodotto e
            di circolante. L’evidente usura di molti esemplari indica la resistenza sul mercato su
            tempi lunghi, addirittura per centinaia di anni. Il gradimento dell’utenza, non solo in-
            terna, giustificò anche una produzione imitativa, specie nelle aree periferiche esterne,
            e, contestualmente, nel mercato interno, di molto materiale suberato, realizzato anche
            con tecniche sofisticate, in officine che non potevano non essere ufficiali.



               L’utilizzo della moneta greca come dono votivo nei santuari (cfr. Gorini 1994, pp. 69-94; idem 2016, pp. 135-152),
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            lungi dall’indicare l’assenza di una economia monetaria, invece la conferma, legandola ai meccanismi delle aree
            di libera circolazione per esigenze commerciali. Il dono votivo era gradito alla divinità in quanto rappresentava un
            valore, del quale il donatore si privava.


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