Page 373 - Bollettino di Numismatica Studi e Ricerche n. 4/2024
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Il ripostiglio di Casaleone (Verona), 1929 (sec. XIII)
grosse nei primi decenni della loro produzione? Una spiegazione forse è possibile,
ma occorre osservare attentamente il quadro generale, onde poterla individuare.
Intanto occorre dire che questa carenza di ripostigli finisce all’improvviso dopo
il 1250, quando cominciano a diventare piuttosto numerosi i gruzzoli contenenti
grossi di zecche padane e toscane . Infatti proprio negli anni ‘50 del secolo si ha
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una serie di perturbazioni monetarie che portano tutte le coniazioni argentee pre-
cedenti, sia di grossi che di piccoli, ad essere rapidamente tesaurizzate e poi fuse,
a causa dell’incremento del prezzo dell’argento, forse anche in conseguenza della
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diffusione del nuovo fiorino d’oro, nel 1252 . Tutti questi tesoretti comprendono
ovviamente anche monete del periodo precedente, a partire dalle prime emissioni
degli inizi del Duecento. Quindi si potrebbe ritenere che i grossi, probabilmente
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sopravvalutati rispetto ai denari e quindi moneta cattiva della legge di Gresham ,
abbiano circolato molto senza esser tesaurizzati (e venendo recuperati in caso di
perdita accidentale, dato l’alto valore nominale). Questo è possibile, e anzi è di-
mostrabile, ma solo per il grosso di Venezia. Se guardiamo qualunque collezione di
monete veneziane, oppure indaghiamo i ricchissimi siti web che pubblicano ma-
teriali da aste, vediamo che i primi grossi di Venezia, in particolare quelli dei dogi
Enrico Dandolo (1192-1205) e Pietro Ziani (1205-1229), hanno una percentuale
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molto elevata di monete fruste e consunte, mentre quelle dei dogi immediatamen-
te successivi sono in genere quasi tutte perfettamente conservate. Evidentemente
quando negli anni cinquanta del Duecento si manifestò quel vasto fenomeno di
tesaurizzazione (al quale probabilmente dobbiamo gran parte delle monete grosse
oggi ancora presenti nelle collezioni e nel mercato), gli esemplari dei primi dogi
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erano già consunti dall’uso .
Questo fenomeno però non riguarda le altre serie monetarie presenti nel ripo-
stiglio, e molte altre serie del periodo: tutti i grossi del XIII secolo che noi possiamo
osservare, con alcune eccezioni, si trovano normalmente in condizioni di conser-
vazione quasi perfette, con pochissime tracce di usura e senza distinzione fra un’e-
poca e l’altra. Chi scrive ha studiato a fondo la moneta veronese e non ricorda di
20 Per le zecche padane si v. MEC 12, pp. 668-699, passim; per l’Italia centrale, v. Stahl 2000b, p. 1084, Bal-
daSSarri 2010, pp. 405-421. Tale fenomeno è riscontrabile pressoché identico anche nella Grecia franca, dove
però ha portato alla conclusione che lì i grossi veneti fossero penetrati solo nella seconda metà del XIII secolo;
touratSoGlou, Baker 2002; tale ipotesi non appare più plausibile, visto che la situazione risulta identica in
Grecia come nel Nord Italia. Semplicemente all’inizio i grossi non erano evidentemente considerati un’affida-
bile riserva di valore.
21 Cfr. MEC 12, pp. 18, 329-330, 558-559.
22 Sappiamo dalle fonti che sia il grosso di Venezia, che quello di Ancona e forse quello di Genova, ad esem-
pio, avevano un contenuto intrinseco inferiore a quello presente nella somma di denari con cui venivano
ufficialmente scambiati; v. lane, mueller 1985, p. 112-123, SaCCoCCi 2001a, pp. 108-110; MEC 12, pp. 260-262.
23 Per i grossi di questo doge abbiamo anche un completo studio delle identità di conio che ci consente di
verificare più facilmente la discreta presenza di monete usurate; v. Stahl 1999.
E in effetti i grossi veneziani sono gli unici attestati in ripostigli chiusi nella prima metà del Duecento, sia
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pure in quantità minime, rispetto ai denari; v. supra, testi citati a nota 10.
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