Page 368 - Bollettino di Numismatica Studi e Ricerche n. 4/2024
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Andrea Saccocci
Sicuramente tutte le monete non erano più in circolazione dopo gli anni ‘50 del
secolo, ma potevano comunque essere presenti in gruzzoli poi interrati anche
alcuni decenni dopo.
Un gruzzolo di 18 esemplari in genere non fornisce informazioni di grande rilevan-
za sulla storia monetaria di un certo periodo, poiché le sue dimensioni non consentono
analisi statistiche affidabili e, spesso, perché complessi così piccoli contengono un solo
tipo di moneta, essendo normalmente frutto di un’unica transazione. Non è detto però
che questa sia una regola, e proprio il nostro tesoretto rappresenta un documento sotto
questo profilo eccezionale. Si tratta infatti di uno dei pochissimi complessi contenenti
monete “grosse” che siano stati interrati nel periodo successivo alla loro introduzione
negli anni ‘90 del XII secolo fino agli anni ‘50 del Duecento e, possiamo aggiungere,
l’unico in cui gli esemplari appartengano a più di una zecca e siano documentati tramite
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foto, consentendo quindi confronti non altrimenti disponibili .
Un periodo di oltre sessant’anni “coperto” solo da un ripostiglio di una serie mo-
netale, “grossa”, prodotta da molte zecche in un’area assai vasta è già di per sé un fatto
anomalo, anche se possibile, ma diventa del tutto sorprendente se teniamo conto che
in quello stesso periodo tale serie monetaria fu in grado di trasformare completamente
il sistema monetario in Italia, con conseguenze che poi si manifesteranno in tutta Eu-
ropa. A titolo d’esempio possiamo ricordare che da quel momento entrò in uso quella
distinzione fra moneta parva (esemplari di basso valore destinati ai piccoli scambi e
salari) e moneta grossa (esemplari in argento massiccio e poi in oro destinati alle ren-
dite e alle transazioni maggiori, anche di livello internazionale). Sarebbe sinceramente
impossibile, in questa sede, dare conto della vastissima e approfondita bibliografia che
ha indagato le ragioni dell’introduzione e del grande successo delle monete grosse
italiane, per cui ci limitiamo a ricordare che l’interesse degli studiosi si è concentrato
principalmente su due aspetti: da un lato la cronologia dell’introduzione delle monete
grosse da parte delle varie zecche, visto che proprio l’assenza della fondamentale do-
cumentazione offerta dai ripostigli ha reso necessaria una sofisticata analisi delle fonti
Per il periodo precedente al 1250 in Italia sono registrati solo 4 ripostigli sicuri che comprendano grossi,
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oltre a quello in esame, ma tutti con una presenza di tali nominali percentualmente ridottissima rispetto ai
denari piccoli o ad altre valute. Di questi ripostigli 3 contengono solo grossi veneziani (Terzo di Aquileia,
Martignano, Digoman), 1 (San Martino Siccomario) grossi di Pavia, Milano e Cremona: v. MEC 12, pp. 668-700
ad voces. Un quinto ripostiglio, infine (Asolo; cfr. fiorelli 1877, p. 238), è andato disperso e avrebbe contenuto
ca. 2000 esemplari dei dogi Enrico Dandolo, Pietro Ziani e Jacopo Tiepolo (dal 1192 al 2049). La descrizione
che ne dà l’autore, però … ridotte assai fragili e corrose, fu con molta difficoltà che sotto un paziente pulitura
vi si lessero i nomi dei tre primi dogi di Venezia … fa sorgere il dubbio che non potesse trattarsi solo di mo-
nete di ottimo argento come i grossi veneziani, ma comprendesse (come i rispostigli precedenti) un numero
molto elevato di denari in mistura, i quali, disgregandosi, abbiano finito col coprire con le loro ossidazioni
anche i grossi. In ogni caso il resoconto non sembra affidabile. Per quanto riguarda il resto d’Europa, a nostra
conoscenza i ripostigli interrati prima del 1250 contenenti grossi italiani sono pochissimi, per lo più dal mondo
tedesco e in genere comprendono pochi grossi di Venezia e molti denari crociati veronesi (cfr. SaCCoCCi 2004,
p. 108, nota 21). Un’ eccezione è rappresentata dal ripostiglio di Oos nel Baden-Württemberg, interrato ca. nel
1230, che assieme a monete tedesche e inglesi contiene un grosso maggiore di Genova, oltre ai consueti grossi
veneziani di Pietro Ziani e Jacopo Tiepolo; v. MEC 12, p. 695 n. 129.
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