Page 370 - Bollettino di Numismatica Studi e Ricerche n. 4/2024
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Andrea Saccocci
scritte, fortunatamente abbastanza ricche; dall’altro le motivazioni e le caratteristiche di
questa innovazione, per comprenderne la natura palesemente “rivoluzionaria”.
Riguardo al primo punto, possiamo dire che ormai c’è quasi completo accordo, e
tutti riconoscono la primogenitura di Venezia nell’introduzione di questi nuovi esem-
plari (probabilmente nel 1194), e la conseguente e piuttosto rapida adozione di quei
nominali da parte di moltissime altre zecche operanti nell’area del Regnum Italicum
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dagli inizi del XIII secolo .
Ben più dibattuto il secondo aspetto, riguardante le ragioni di questa innovazione.
I primi autori che si sono occupati della questione hanno dato la risposta apparente-
mente più logica: il grande svilimento del denaro d’argento (l’unico nominale prodotto
da Carlo Magno in poi), che lo aveva portato a perdere fino al 90% del suo contenuto
d’argento, lo aveva reso inutilizzabile per le transazioni più elevate. Queste avrebbero
richiesto il conteggio e lo scambio di migliaia di esemplari, per cui vennero ideati dei
multipli di valore maggiore, realizzati in buon argento (e per questo chiamati “grossi”),
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per rendere il sistema monetario più efficiente . Tale scelta sarebbe stata anche favorita
dai primi svilimenti delle emissioni in oro e in argento bizantine e islamiche, con con-
seguente diminuzione della fiducia riposta in queste coniazioni, che rappresentavano
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tradizionalmente il numerario preferito degli scambi internazionali . Tale ricostruzione
è apparsa subito plausibile e come tale è stata unanimemente accettata, e in gran parte
lo è ancora . Tuttavia una trentina di anni fa, nel 1994, mi occupai dell’introduzione
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del grosso di Venezia da parte del doge Enrico Dandolo, essenzialmente perché volevo
capire come mai questo nominale, fin dall’inizio, avesse manifestato un rapporto va-
riabile con il denaro veneziano, arrivando in breve tempo al cambio improbabile di 1
grosso = 26,111 denari, totalmente incomprensibile qualora la nuova moneta fosse stata
introdottata soltanto con lo scopo di rappresentare un multiplo fisso del denaro, tanto
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A fronte: più che la produzione di denari a Venezia venne interrotta già sotto lo stesso Doge .
Venezia, Repubblica. Così sono arrivato alla conclusione, grazie a una serie documentata di cambi fra mo-
Doge Jacopo Tiepolo neta bizantina e lira veneta, che il grosso non fosse altro che la rinascita, come moneta
(1229-1249).
Ducato o grosso (detto metallica, di una unità di conto tradizionalmente in uso a Bisanzio, il miliarense, pari
matapan), 1229-1249 ad 1/12 dell’iperpero d’oro, valuta normalmente in uso nei documenti commerciali
(cat. n. 16, particolare veneziani. Avendo un cambio fisso con la moneta d’oro, infatti, questa poteva contare
del dritto).
Roma, Medagliere del su una stabilità di valore molto maggiore rispetto a un nominale di mistura come il
Museo Nazionale Romano denaro, e quindi il rapporto di cambio fra i due nominali cominciò subito a crescere.
11 Cfr., per un quadro riassuntivo, MEC 12, pp. 16-17, 260-262, 557-558 e passim. Ci sono, è vero, ancora
alcune questioni aperte riguardo anche alla cronologia di zecche importanti, ma a nostro avviso è più il frutto
della forte tradizione “localistica” delle ricerche di numismatica in Italia, nelle quali si ritiene spesso che le
risposte ai problemi di una monetazione possano essere individuate solo nella documentazione della relativa
città o territorio, non nel confronto con quanto avviene in tutta l’area dove essa era conosciuta e utilizzata.
12 CiPolla 1975, pp. 32-37; GrierSon 1971-1972, pp. 33-40.
13 Cfr. Stahl 2000a, pp. 16-22.
14 Si v. ad esempio travaini 2007, pp. 31, 50-51.
15 Quindi non era necessario adeguare il valore del grosso al loro corso di mercato.
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