Page 374 - Bollettino di Numismatica Studi e Ricerche n. 4/2024
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Andrea Saccocci







                            aver mai visto un esemplare del tipo presente nel nostro ripostiglio e attribuito ad
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                            Ezzelino da Romano (1236-1259) che sia consunto .
                                 Dunque per la prima metà del XIII secolo dovremmo pensare a delle monete
                            che venivano prodotte ed erano citate dalle fonti, ma non circolavano perché non
                            se ne trovano di consunte e neppure venivano tesaurizzate. È mai possibile una
                            cosa del genere, che sembra avere la logica di un disegno di Escher? Sì, è possibile,
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                            e abbiamo anche avuto occasione di parlarne, in passato . Si tratta di monete che,
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                            circolano essenzialmente come argento a peso, cioè non hanno un loro valore no-
                            minale. Così erano le librae sterlingorum e le marchae coloniae, citatissime in Ita-
                            lia, ma senza lasciare tracce nei ritrovamenti (a parte Roma, dove arrivavano come
                            offerte dei pellegrini), così soprattutto erano i lingotti bollati con il simbolo di una
                            qualche moneta, ricordati spesso dalle fonti , ma di scarsissimo se non assente im-
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                            patto archeologico. Il perché è chiaro, trattandosi in pratica di semi-lavorati, il cui
                            valore sarebbe aumentato di molto una volta trasformati nel prodotto finito: tutti
                            cercavano di venderle nel più breve tempo possibile, soprattutto per evitare possi-
                            bili ammanchi.
                                 La probabile evidenza che i nuovi grossi italiani circolassero come metallo
                            a peso non può che portarci a indagare ancora più a fondo se quell’imponen-
                            te flusso di argento diretto dalle coste mediterranee settentrionali al Maghreb,
                            ben documentato dalle fonti del XIII secolo e costituito quasi esclusivamente da
                            “miliarensi” (miliaresi, millares), riguardasse solo ed esclusivamente imitazioni
                            occidentali del mezzo dinar almohade da g 1,4. Tale tesi viene ribadita da oltre
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                            un secolo , ma di imitazioni del genere, ad esempio in Italia, non c’è traccia ar-
                            cheologica, nonostante siano ormai piuttosto comuni gli scavi in edifici adibiti a
                            zecche clandestine. E se fossero invece chiamati così anche quei grossi locali che
                            non sembra circolassero poi così volentieri in patria, come qualche vox clamantis
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                            in deserto si ostina a ripetere ?







                            25    Si v. anche SaCCoCCi 2019, pp. 157-173 nn. 127-143, dove sono illustrati gli esemplari della Collezione Reale
                            conservata presso il Medagliere del Museo Nazionale Romano, nella quale il Re non aveva grandi scrupoli ad
                            inserire anche esemplari molto consunti, se illustravano una qualunque variante. Numerosissimi grossi vero-
                            nesi sono anche presenti nei siti web, sempre in conservazione eccellente.
                                SaCCoCCi 1994, pp. 318-319; SaCCoCCi 2010, passim.
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                            27    Cfr. Stahl 2017, che analizza i libri dei conti del cambiavalute veneziano Guglielmo Condulmer (attivo dal
                            1389 al 1413), specializzato nel portare metallo alla zecca per farlo raffinare e poi rivenderlo, in gran parte
                            sotto forma di lingotti bollati. In certi anni l’argento portato in zecca dal Condulmer corrispondeva ad 1/6 o
                            1/7 di tutto il materiale lavorato in zecca, e il 70% era trasformato in lingotti, non in monete,
                            28    Cfr. SPufford 1988, pp. 171-175.
                            29    SaCCoCCi 2010.


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